Il CNAPPC pubblica una guida per Lavorare all’Estero. Scarica la tua versione personale in PDF.

Lavorare in contesti culturali diversi può essere una sfida non facile. Per questo il Cnappc pubblica la guida “Lavorare all’estero” a cura del suo Dipartimento Esteri. Scarica PDF.

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Il CNAPPC pubblica una guida per Lavorare all’Estero. Scarica la tua versione personale in PDF. Totale 5.00 / 5 4 Voti

Lavorare in contesti culturali diversi può essere una sfida non facile. Per questo il Cnappc pubblica la guida “Lavorare all’estero” (scaricabile gratuitamente cliccando sul link che trovate al termine dell’articolo) a cura del suo Dipartimento Esteri. La guida è rivolta agli architetti italiani che intendono lavorare all’estero e sarà costantemente aggiornata e arricchita nel tempo, anche con l’aiuto degli iscritti agli ordini provinciali, in particolare di quelli che lavorano o hanno lavorato all’estero e che vorranno condividere le proprie esperienze.

L’internazionalizzazione è la chiave del successo per tutte le attività economiche, poiché offre potenzialità di crescita e varietà delle condizioni di mercato. Gli studi di progettazione non costituiscono, in tal senso, una eccezione. Quando un’attività sta crescendo in ambito locale è ragionevole ampliarne il mercato per evitare di saturare le proprie opportunità dove si è già presenti. Essere attivi in più paesi permette, in alcuni casi, di usufruire di congiunture economiche più favorevoli e aumentare la propria resilienza, essendo meno esposti ai fattori esterni propri di un unico mercato.

Il Dipartimento Esteri Cnappc, coordinato da Livio Sacchi, Consigliere del CNAPPC, si avvale di un GO, Gruppo Operativo (composto da Francesco Aymonino, Domenico Catania, Alessandra Morri, Marco Pagani, Marialisa Santi e Giammario Volatili) e di un GdL, Gruppo di Lavoro (Mirva Bertan, Giorgio Cerrai, Antonio Cinotto, Cristiano Ferrari, Giovanni Fusco, Alessandro Izzi, Ileana Moretti, Antonino Raimondo e Gaetano Tornabene). Il rappresentante dell’Ufficio di Presidenza è Giuseppe D’Angelo.

L’internazionalizzazione è la chiave del successo per tutte le attività economiche, poiché offre potenzialità di crescita e varietà delle condizioni di mercato.

Gli studi di progettazione non costituiscono, in tal senso, una eccezione. Quando un’attività sta crescendo in ambito locale è ragionevole ampliarne il mercato per evitare di saturare le proprie opportunità dove si è già presenti. Essere attivi in più paesi permette, in alcuni casi, di usufruire di congiunture economiche più favorevoli e aumentare la propria resilienza, essendo meno esposti ai fattori esterni propri di un unico mercato. Ciononostante, bisogna essere pronti per l’aumento del volume di affari e consapevoli dei rischi veicolati dall’investire sui mercati esteri, dato che la riuscita di un programma di internazionalizzazione prevede, necessariamente, un impegno piuttosto consistente in termini finanziari e lavorativi.

Lavorare in contesti culturali diversi può essere una sfida non facile, ma comporta un allargamento della propria rete di relazioni e certamente offre possibilità d’incontro con nuove idee e nuove prospettive, aspetto da non sottovalutare per svolgere con successo la professione di architetto.

Lavorare all’estero può dunque riservare una serie di difficoltà, maggiori e diverse di quelle cui si è abituati a confrontarsi, ma offre il vantaggio di espandere il potenziale mercato d’azione dello studio.

Dove? Non certo un po’ ovunque in maniera regolare e omogenea, ma prevalentemente in Asia e in Africa (anzi, prevalentemente, nelle aree urbane di Asia e Africa). È qui che si verificherà la gran parte della crescita demografica e, quindi, dello sviluppo edilizio, infrastrutturale e urbano.
Questi 2,5 miliardi di uomini e donne in più avranno, prevedibilmente, bisogno di case, infrastrutture, di nuovi quartieri e nuove città: avranno bisogno insomma – anche – di architetti.

Buone notizie dunque per la condizione professionale. Ora, si stima che gli architetti, nel mondo, siano circa 3,2 milioni. Ma dove sono concentrati?

Una sia pur superficiale occhiata alle classifiche è sufficiente per rendersi conto che essi sono soprattutto presenti in quei continenti e in quei Paesi dove la crescita è invece limitata, quando non si è trasformata in decrescita: inutile ricordare che l’Italia spicca, ancora oggi, al primo posto nel mondo (i sensibili cali nelle nostre scuole di architettura non hanno, evidentemente, ancora avuto ricadute sulle iscrizioni agli Ordini professionali).

Non che in Italia non ci sia del lavoro da fare: basti pensare, per esempio, ai grandi temi della rigenerazione urbana, della conservazione e del restauro, all’adeguamento del nostro patrimonio costruito…

È tuttavia evidente come la gran parte di noi (ci riferiamo naturalmente agli architetti, ma il discorso vale in generale) stia purtroppo nel posto sbagliato. In un fisiologico sistema di vasi comunicanti, a fronte di mutamenti così macroscopici e sostanziali tale condizione troverebbe, abbastanza rapidamente, un nuovo punto di equilibrio. Ma sappiamo che, nei fatti, non sta funzionando così.

Il mondo in cui viviamo, pur percorso da flussi costanti e difficilmente arrestabili di persone e di cose, presenta nonostante tutto innumerevoli punti in cui tali flussi incontrano delle strozzature o dei veri e propri tappi che limitano o interrompono la libera circolazione.

L’internazionalizzazione del lavoro degli architetti italiani

Per limitarci agli orizzonti architettonici, non possiamo non giungere a una prima, provvisoria conclusione: il mestiere di architetto deve rapidamente adeguarsi alle nuove condizioni e rinnovarsi radicalmente e strutturalmente per agevolare e favorire il suo interno processo di internazionalizzazione.

Gli architetti italiani sono molto apprezzati all’estero, spesso più di quanto immaginiamo, soprattutto in settori quali la conservazione e il restauro, la rigenerazione urbana sostenibile, gli edifici e i quartieri smart, l’interior design e l’arredamento, grazie anche ai successi del design come al talento delle imprese e degli artigiani italiani. Chi si affida a noi pensa alle tre F, Furniture, Fashion e Food, come ai produttori delle auto di lusso, ai nostri centri storici, alla qualità delle finiture, al gusto, alle immagini che esportiamo, in una parola: all’Italian Lifestyle.

Lo spiccato gusto estetico, la preparazione anche in materia non prettamente tecniche, sono queste le nostre carte vincenti. Quali, invece, i punti critici?

Prima di tutto la ridotta dimensione degli studi, con la mancanza d’interdisciplinarietà, la modestia dei fatturati e la scarsità e la ridotta dimensione delle realizzazioni rispetto alle dimensioni dei mercati stranieri in espansione; ma anche l’insufficiente imprenditorialità di alcuni professionisti.

Il modello prevalente nei Paesi emergenti guarda alle società di progettazioni anglo-americane, ai cui standard si sono conformati Giappone, Singapore e Corea del Sud prima, Cina, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati poi. Se si scorrono le classifiche dei maggiori studi in termini di fatturato o addetti, ai primi posti appaiono colossi che assomigliano poco al nostro modo d’intendere il mestiere: multinazionali quotate in borsa, con filiali in tutto il mondo e migliaia di collaboratori fra partner, associati, dipendenti e consulenti, che offrono tutti i servizi, dal concept iniziale al facility management, con livelli di sviluppo progettuale molto alti.

Competere non è facile: riusciremo ad adeguarci a modelli a noi così poco congeniali? È la maggiore sfida posta oggi a noi italiani. La risposta è nella nostra capacità d’innovare: riusciremo a creare reti di studi interconnessi, interdisciplinari e flessibili che, nonostante la deregulation in atto, siano al tempo stesso in grado di garantire qualità progettuale e coniugare la digitalizzazione con la fisicità del cantiere?

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Mauro Melis

Giornalista, Fotoreporter, Copywriter, Blogger, Web Writer, Addetto Stampa per giornali, riviste, enti pubblici e blog aziendali. Provo a descrivere il loro mondo e le loro storie, le loro passioni e le loro idee. "Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile" P.R.