Reddito di cittadinanza: un’esigenza, molte risposte. Cerchiamo di fare chiarezza senza “inquinamenti” politici

Come si può finanziare il reddito di cittadinanza? Su quali altri strumenti di welfare o di politica economica è necessario intervenire contestualmente?

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Sul tema reddito di cittadinanza, certamente uno dei più attuali, si sono confrontati alla 13 edizione del Festival Economia di Trento, Fernando Di Nicola, dirigente Inps, i sociologi Cristiano Gori e Chiara Saraceno e l’economista Pasquale Tridico (il cui nome era stato fatto anche per la possibile nuova compagine di Governo italiana), moderati dal giornalista Dario Di Vico.

L’Italia con il governo Gentiloni ha adottato il Rei, primo strumento nel nostro paese di contrasto alla povertà che si avvicina alle misure in vigore quasi in tutta Europa – con accenti diversi – e all’idea di Reddito di cittadinanza caldeggiata dal M5S. Le domande che il tema oggi pone sono: come si combinano l’esigenza di lotta alla povertà con quella della creazione di lavoro? Come si può finanziare il reddito di cittadinanza? Su quali altri strumenti di welfare o di politica economica è necessario intervenire contestualmente? Diverse le risposte ma una considerazione di base, condivisa dai relatori: un qualche strumento per la lotta alla povertà, in genere condizionato ai livelli di reddito e alla ricerca del lavoro, è oggi più che mai indispensabile.

Di Nicola ha espresso innanzitutto le ragioni in favore degli “assegni antipovertà”: equità, ma anche più salute, più ordine pubblico, quindi miglioramento del benessere generale. Sul piano finanziario, gli assegni, pur rappresentando un voce di spesa, possono fare persino risparmiare rispetto ad altre voci di spesa sociale. Le ragioni contrarie, fra le altre: diminuiscono la spinta a cercare lavoro, possono generare iniquità in un paese con alto tasso di evasione fiscale. I dettagli dunque sono cruciali: l’entità dell’assegno, come viene definito il reddito-soglia, quale comportamento si vuole incoraggiare nel percettore del reddito. Venendo al Rei-Reddito di inclusione, è uno strumento di contrasto alla povertà – di entità modesta – che prevede però anche incentivi per l’ingresso al lavoro. Il Reddito di cittadinanza prevede, per quel se ne se sa, meno vincoli, e benefici più ampi.

Per Tridico un reddito minimo condizionato – non ancora un reddito universale – è indispensabile, ed è anche previsto dalla Costituzione. Gli strumenti vigenti oggi non sono ancora sufficienti. Moltissimi economisti hanno argomentato nel tempo riguardo alla necessità di garantire a tutti un reddito minimo, compresi quelli friedmaniani (per i quali un reddito garantito comporta anche una riduzione di altri lacci e lacciuoli legati al welfare). In Italia questa necessità è determinata inoltre dalla crescita della povertà, sia assoluta che relativa. Infine, esso è indispensabile se vogliamo andare verso una robotizzazione che non produca precarietà. Ma le misure da considerare sono anche altre, come la riduzione volontaria delle ore di lavoro, che le sperimentazioni condotte, ad esempio in Australia, rivelano sia correlato positivamente alla produttività e al rendimento sul lavoro, oltre che alla crescita dell’occupazione.

Saraceno ha ricordato come il Rei-Reddito di inclusione e anche il Reddito di cittadinanza siano entrambi strumenti condizionati (al reddito percepito dai beneficiari e all’impegno che devono manifestare nella ricerca del lavoro). Concettualmente non sono molto diversi. A volte il condizionamento è sinonimo di stigma sociale, di sfiducia generalizzata nei confronti dei poveri. Nel Rei questo aspetto è accentuato. Tuttavia, il Rei costruisce anche attorno ai precettori una rete di servizi e tutele. Nel Reddito di cittadinanza invece l’unico altro servizio offerto è l’inserimento lavorativo (condizionato in particolare a 3 offerte di lavoro). L’Italia manca inoltre di un sistema efficace e universalistico di assistenza ai figli; non solo, molte delle famiglie in questione – con figli sotto la soglia di povertà – hanno almeno un membro che lavora. la povertà, insomma, cambia nel tempo, e obbliga a ri-plasmare le risposte.

Gori si è chiesto cosa il nuovo Governo farà rispetto alla misure esistenti. I poveri assoluti oggi sono l’8,3% della popolazione, La povertà ha rotto argini che sembravano insuperabili: oggi il rischio cresce già con due figli (prima era più probabile a partire dal terzo), e cresce anche al Nord. Non solo: si può essere in condizione di povertà ed avere al tempo stesso un lavoro. Un reddito minimo andava introdotto 30 anni fa. Eppure fino a poco tempo fa sembrava una chimera. Secondo il sociologo stiamo insomma facendo la riforma giusta in ritardo, e raggiungendo appena un povero su due. Va riconosciuto al M5S che senza la sua pressione politica il Rei forse non sarebbe mai partito. Ma dubbi permangono sulla sua efficacia, come pure su ciò che verrà di qui in avanti. Da un lato, dunque, il timore è quello di una riforma della riforma. Il timore speculare è quello di un progressivo abbandono dello strumento, che oltretutto si basa su un’azione efficace del welfare locale, che in Italia rappresenta un anello debole del sistema di welfare nel suo complesso.

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