Flat Tax e incentivi fiscali: Rete Irena RICHIAMA l’attenzione del nuovo Governo. Quali saranno le intenzioni del futuro esecutivo?

Nei giorni scorsi sono circolate notizie sulla possibilità che, in connessione a una riforma tributaria basata sulla flat tax, potrebbero essere aboliti quasi tutti gli incentivi fiscali, comprese quelle attive nel settore edilizio ... cosa c'è di vero in questa notizia?

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La diffusione della bozza di “Contratto per il Governo del Cambiamento” smentisce quelle che probabilmente non erano altro che semplificazioni, forse un po’ troppo superficialmente portate all’attenzione pubblica. Nel testo divulgato (bozza aggiornata al 15 maggio 2018) non vi è traccia di simili intenzioni e, al contrario, si sostiene che “vanno promosse azioni a sostegno alle iniziative per rilanciare il patrimonio edilizio esistente, favorendo la rigenerazione urbana e il retrofit (riqualificazione energetica) degli edifici”. E’ rimarcata la necessità di “potenziare le azioni attualmente considerate a livello nazionale per il contrasto al cambiamento climatico e per la transizione verso modelli sostenibili di economia e gestione delle risorse rinnovabili” e di “avviare azioni mirate per aumentare l’efficienza energetica in tutti i settori e tornare a far salire la produzione da fonti rinnovabili prevedendo una pianificazione nazionale che rafforzi le misure per il risparmio e l’efficienza energetica riducendo i consumi attuali”.

In effetti, l’abolizione di incentivi fiscali come gli ecobonus sarebbe in netto contrasto con questi intendimenti.

Gli incentivi fiscali per l’edilizia, introdotti nel 1998 con le detrazioni per le ristrutturazioni, sono stati un strumento utilissimo per far emergere l’economia sommersa. In due decenni di vita hanno avuto un successo indiscutibile, che si misura in più di 250 miliardi di euro di investimenti. La drastica riduzione dei livelli di imposizione promessa dalla riforma fiscale ridimensionerebbe senza dubbio la loro importanza come strumento di emersione.

Questa tuttavia non è l’unica funzione degli incentivi. Vi sono attività, stimolate dalle detrazioni fiscali, per le quali questo effetto è addirittura irrilevante. Ecobonus e sismabonus, soprattutto nelle versioni recentemente introdotte a favore degli edifici condominiali e finalmente orientate alle iniziative più profonde e integrate (deep renovation), hanno effetti trascurabili sulla regolarità fiscale delle operazioni, che solo marginalmente sono toccate dal nefasto fenomeno del “nero”. In questi casi è fuori di dubbio che la loro funzione primaria sia quella di sviluppare attività che, senza incentivi, si realizzano in quantità minime.

E’ noto a tutti che le attività di riqualificazione energetica profonda e di miglioramento strutturale degli edifici non appartengono alle prassi diffuse. Si tratta di interventi che, pur in grado di promettere risparmi energetici ed economici rilevanti e miglioramento delle condizioni di sicurezza, richiedono la disponibilità di risorse finanziarie cospicue e devono superare ostacoli culturali, organizzativi e di altra natura, come le difficoltà specifiche legate alla proprietà condominiale. E’ evidente che, senza il potente stimolo di incentivi efficaci, queste attività resterebbero confinate alla dimensione occasionale che hanno sempre avuto.

Lo sviluppo di un ampio mercato di deep renovation, almeno di dieci volte superiore rispetto all’attuale, è però condizione necessaria per una transizione energetica del comparto immobiliare di portata sufficiente a perseguire gli obiettivi di riduzione dei consumi di energia fossile e di emissioni climalteranti che il Paese si è obbligato a rispettare.

In caso di abolizione degli incentivi dedicati alle riqualificazioni profonde e del nuovo meccanismo di cessione dei crediti fiscali, che faticosamente comincia a raccogliere l’interesse degli investitori, la transizione sarebbe impossibile, e per di più il Paese si esporrebbe al rischio di pesanti sanzioni comunitarie.

L’entità complessiva degli incentivi necessari per realizzare la transizione non deve tuttavia spaventare. Grazie all’elevatissima addizionalità che li contraddistingue (la loro capacità di indurre attività che altrimenti non si realizzerebbero) e agli effetti moltiplicativi degli investimenti (che nel settore dell’edilizia sono tra i più elevati), il saldo netto della policy di incentivazione è positivo. Il mantenimento e il perfezionamento dell’attuale policy di incentivazione sarebbe dunque del tutto compatibile con la strategia delineata nel “Contratto per il Governo del Cambiamento”, laddove la riduzione del debito pubblico sarebbe conseguita “per il tramite della crescita del PIL attraverso la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie”.

Anche gli incentivi a favore delle misure antisismiche e di messa in sicurezza statica degli edifici sono caratterizzati da elevatissima addizionalità, soprattutto se coniugati al meccanismo della cessione dei crediti fiscali. Non si può prescindere dal loro mantenimento se si intende attivare un’operazione epocale di riqualificazione del tessuto edilizio, necessaria per prevenire gli effetti ricorrenti dell’attività sismica dei nostri territori, le perdite di vite umane e i danni materiali che, comunque, gravano sul bilancio pubblico. Considerazioni di questo tipo dovrebbero guidare i futuri responsabili della politica economica nel distinguere tra i sussidi ormai superati e gli incentivi che possono ancora avere un ruolo determinante per la crescita economica, per lo sviluppo dell’occupazione e dell’attività delle imprese del territorio, per il contributo alla tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza dei cittadini. Molti di questi temi sono stati poco o per nulla toccati in campagna elettorale, ma sono di primaria importanza per qualunque Governo e non possono essere elusi.

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