-Abbatti l’abuso- trascritto soltanto il 3,2% degli immobili colpiti da ordine di demolizione

Legambiente: presentato il dossier -Abbatti l'abuso - richiesto ai comuni il saldo tra ordinanze e demolizioni negli ultimi 15 anni.

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Che faccia ha l’abusivismo edilizio nel 2018? Dov’è? E’diventato un fenomeno socialmente accettato, oppure no? Gli abbattimenti si fanno? Quali problemi, reali o presunti, ostacolano l’intervento delle ruspe e il ripristino della legalità? Perché la stampa se ne occupa così tanto? Cosa serve per dare la spinta a una nuova, importante, stagione di demolizioni? Per chiudere definitivamente questa pagina vergognosa della nostra storia recente?

Sono queste alcune delle domande a cui Legambiente cerca di dare una risposta con il dossier “Abbatti l’abuso” analizzando il fenomeno a partire dalla distinzione tra la pesante eredità dei decenni passati e le forme attuali, ma consapevole che, nuovo o vecchio, il cemento abusivo nel nostro paese è ancora un problema enorme: dal punto di vista dell’affermazione della legalità, dal punto di vista urbanistico, della tutela del paesaggio e della sicurezza degli edifici.

Occuparsi nel 2018 di questo tema significa, soprattutto, fare i conti con le mancate demolizioni e con le cause di uno stallo che consente agli edifici abusivi di sopravvivere alla legge, e spesso alle sentenze, per decenni. I comuni in cui si interviene si contano sulle dita di una mano e quasi sempre i sindaci agiscono su intimazione della Procura della Repubblica , ovverosia sugli abusi su cui pesa una sentenza della Cassazione. La ricerca di Legambiente, i cui risultati inediti sono stati presentati nel dossier “Abbatti l’abuso”, ha chiesto ai comuni il saldo tra ordinanze e demolizioni negli ultimi 15 anni: dal 2004, anno successivo all’ultimo condono edilizio, a oggi, nel nostro paese risulta essere stato abbattuto solo il 19,6% degli immobili colpiti da ordinanza di demolizione.

Un ulteriore dato che la dice lunga sulla applicazione delle norme in questa materia è quello che riguarda le trascrizioni immobiliari. In caso di mancata ottemperanza dell’ordine di demolizione nei termini indicati dalla legge da parte dell’abusivo, questo ne perde automaticamente la proprietà che passa al Comune, il quale ne deve poi trascrivere l’avvenuta acquisizione nei registri immobiliari. A livello nazionale, sempre dal 2004 a oggi, risulta essere stato trascritto soltanto il 3,2% degli immobili colpiti da ordine di demolizione non rispettati. Un comportamento omissivo da parte delle amministrazioni locali che implica un considerevole danno erariale, dovuto alla mancata riscossione del canone di occupazione e dei tributi relativi all’immobile abusivo. Un punto su cui si sono espressi più volte i giudici della Corte dei conti e su cui Legambiente ritiene si debba intervenire con una precisa modifica normativa.

Perché in questo ambito la giustizia stenta ad affermarsi? I motivi sono molteplici, possono variare in ragione delle aree geografiche, ma sono sostanzialmente riconducibili al fatto che abbattere una casa è – ancora oggi – politicamente e socialmente impopolare.

Se poi la legge non mi persegue, posso permettermi di non fare nulla e lasciare le cose come sono. Per questo, non solo non si fanno rispettare le ordinanze di demolizione, ma nemmeno si esaminano le pratiche giacenti dei condoni edilizi. Eppure, l’abusivismo è un tema che continua a tenere banco sui giornali, non solo nelle cronache locali, ma anche sulle pagine delle maggiori testate nazionali. Un interesse mediatico che, peraltro, non corrisponde ad una pari rilevante attualità rispetto alle azioni, amministrative o giudiziarie, di ripristino della legalità. E’ come se l’attenzione dei media fosse spinta più da un desiderio diffuso di denunciare e combattere il fenomeno, piuttosto che dal semplice dovere di cronaca, effetto della crescente sensibilità dei cittadini italiani, per i quali l’abusivismo edilizio, evidentemente, rappresenta un macroscopico problema. Tocca alla classe politica comprendere questo cambio culturale, fare i conti con una società diversa, che è cambiata, e fare propria una consapevolezza che, con l’eccezione di una manciata di sindaci, troppo isolati e troppo pochi, da molto tempo tarda ad affermarsi.

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Per rilanciare una fertile stagione di legalità, Legambiente ritiene che si debba cambiare il meccanismo su cui si basano le demolizioni, prendendo atto del suo fallimento e avocando ai prefetti le operazioni di intervento, ferme restando tutte le competenze dei comuni in tema di controllo urbanistico del territorio e di repressione dei reati, comprese le ordinanze di demolizione. Una valutazione che è condivisa da buona parte della magistratura che si occupa di abusivismo, poiché i poteri sostitutivi di regioni e prefetti previsti in caso di inadempienza dei sindaci non hanno prodotto alcun risultato. La potestà sanzionatoria, ossia l’abbattimento, deve quindi fare capo a un soggetto statale che non sia condizionato da un mandato elettorale. Questo è il punto fondamentale su cui impostare una riforma legislativa che, con poche modifiche al DPR 380/2001, sciolga i nodi che per decenni hanno impedito che si desse seguito alle ordinanze di abbattimento degli abusi.

E non si sventoli la bandiera degli abusivi di necessità, cavallo di battaglia di tanti politici, soprattutto campani. Se è vero che esistono delle realtà in cui l’edilizia illegale è in parte fatta da prime case abitate da famiglie indigenti, è anche vero che la risposta delle istituzioni deve essere nel solco della legalità, assicurando non la disponibilità di una casa abusiva, ma un alloggio regolare, di edilizia pubblica e realizzato seguendo le più elementari regole costruttive che ne assicurino stabilità e sicurezza. Quello della sicurezza antisismica degli edifici è un aspetto gravemente sottovalutato. Se fino a oggi nessun terremoto ha pesantemente colpito le aree del paese più densamente abusive è stato semplicemente un caso, buona fortuna. Ma quello che è successo a Ischia non deve essere dimenticato, deve valere da campanello di allarme. Ruspe in azione nell’Oasi del Simeto a Catania

Solo una costante attività di controllo e di denuncia, da parte delle Forze dell’ordine, ma anche da parte dei cittadini e delle istituzioni locali, può dimostrarsi efficace nello scovare i tanti nuovi abusi edilizi: secondo gli studi del Cresme, nel 2017, ne sono sorti la bellezza di 17.050, il 16% sul totale del costruito. Un dato in lieve flessione, ma sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente. Infine, non va dimenticato un aspetto fondamentale: contro i nuovi abusi, il migliore deterrente sono le demolizioni di quelli precedenti.

Anzi, sulla scorta di esperienze importanti, dalla Valle dei Templi di Agrigento, alla costa Salentina a quella Campana, ottengono l’effetto non secondario delle autodemolizioni: in media, per ogni abuso abbattuto d’ufficio ne viene abbattuto uno direttamente dagli stessi proprietari.

Sono queste le ragioni principali per cui riteniamo che sia giunta l’ora di chiudere questa pagina vergognosa della nostra storia, che ha prodotto e alimentato illegalità, ha cambiato i connotati, devastandole, a intere aree del Paese, ha concesso a milioni di persone di farsi la casa abusiva in spregio a chi ha agito nel rispetto delle regole.

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Redazione

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