Ordine degli architetti italiani Vs Cocontest: intervista esclusiva ad Alessandro Rossi co-fondatore di Cocontest

Cocontest risponde alle accuse degli architetti italiani con un intervista del suo co-fondatore Alessandro Rossi

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È la polemica del momento;  leggendo sui social media e sulla stampa di settore infatti, sembra proprio che lo scontro tra l’Ordine degli architetti italiani e la società italiana Cocontes stia catalizzando l’attenzione di buona parte dei professionisti tecnici italiani.

Professionisti che sembrano dividersi tra chi vede la startup italiana come una nuova era per il mercato del lavoro e chi invece, CNAPPC su tutti, vede la start up italiana come un ennesimo attacco alla libertà e alla “dignità” degli architetti.

Oltre le parole del Cnappc però, per comprendere meglio la situazione, è sicuramente necessario sentire anche quelli che vengono descritti quasi come delle streghe, e “ quando in un paese è in atto una caccia alle streghe, è giusto andare a sentire cosa dicono le streghe”

Abbiamo quindi parlato di Cocontest, società nata tre anni fa ma solo adesso finita nell’occhio del ciclone, con uno dei suoi fondatori; Alessandro Rossi, 28 anni, una Laurea in Economia, Regole e Mercati alla Luiss e un Master in Diritto della Concorrenza e della Proprietà Intellettuale sempre alla Luiss.

Dottor Rossi, che cosa è e come nasce CoContest?

Cocontest nasce nel 2012 grazie all’idea di Filippo Schiano di Pepe, giovane architetto italiano trasferitosi a Londra per esercitare la professione. Dopo la laurea Filippo, come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, ha maturato molta esperienza presso diversi studi di architettura sia in Italia che all‘estero, partecipando ad un gran numero di concorsi di progettazione architettonica. Grazie alla sua esperienza si è reso conto delle difficoltà che caratterizzano il mercato della progettazione architettonica, dove i più giovani lavorano spesso sotto pagati e con poche possibilità di crearsi un proprio portafoglio clienti.

Da qui l’idea di applicare i principi del crowdsourcing al mercato dell’interior design, creando una piattaforma web dove gli architetti provenienti da diverse parti del mondo potessero iscriversi gratuitamente e partecipare alle diverse competizioni private; così da poter trovare nuovi clienti, dimostrare le proprie competenze e procurarsi una nuova fonte di guadagno.

Partendo da questa idea la società è riuscita in breve tempo a trovare i suoi primi investitori e a partecipare al programma di accelerazione dell’incubatore romano Luiss Enlabs.

Il team è così riuscito a rilasciare una versione beta della piattaforma, passando in meno di un anno dai pochi architetti, reclutati tra gli amici dei fondatori, ad una community di migliaia di professionisti provenienti da ogni parte del mondo.

Dottor Rossi, un po’ tutti in questi giorni parlano di CoContest, per alcuni, tra cui il consiglio nazionale degli architetti italiani, è il male assoluto, per altri una possibilità di ampliare il mercato.

Come si usa dire anche la cattiva pubblicità è comunque pubblicità, detto questo quello che mi dispiace è che in Italia se ne parli solo a seguito delle denunce, delle interrogazioni parlamentari e delle intimidazioni varie, mentre in 3 anni che sviluppiamo la nostra startup abbiamo dovuto mendicare ogni minima attenzione mediatica.

Ci può spiegare come funziona il meccanismo di CoContest?

Su CoContest i clienti possono lanciare un mini concorso di progettazione per ristrutturare o semplicemente arredare la propria casa, il proprio ufficio o qualsiasi altro spazio. Il cliente compila un breve brief guidato, inserendo una descrizione, caricando la planimetria e le foto dello spazio, scegliendo un pacchetto d’offerta e paga, lanciando così il contest. Non appena il contest è online il nostro sistema manda un’email a tutti gli oltre 20.000 designer iscritti alla nostra community e chi è interessato si iscrive al contest iniziando a partecipare. Tutti i designer iscritti possono fare domande al cliente per tutta la durata del contest e entro la scadenza della deadline possono sottomettere il loro progetto. Alla scadenza il cliente visualizza tutti i progetti, li vota, li commenta e crea una classifica confermando il vincitore. I primi 3 classificati si aggiudicano il premio in palio, mentre al vincitore va anche il contatto del cliente.

Avete provato a stimare i possibili guadagni per un utente medio?

Il premio medio è di circa $700 e tenderà ad aumentare nel tempo, ma già ora rappresenta più di quello che in media gli studi pagano i giovani tirocinanti per un mese di lavoro e personalmente non mi sembrano così bassi nemmeno se confrontati con il reddito medio della categoria, che a detta di diverse riviste specializzate è di circa 17 mila Euro l’anno. Ci sono designer che collaborano con noi e che vincono anche 2-3 contest al mese, ma ovviamente dipende molto dai livelli di partecipazione. Di norma i nostri professionisti usano CoContest come un secondo lavoro, o meglio come una piattaforma che da loro l’opportunità di trovare nuovi clienti e dunque non partecipano a tutti i Contest. D’altra parte ci sono anche designer che lavorano esclusivamente tramite la nostra piattaforma e in quei casi se si è bravi si può guadagnare anche bene, (esistono contest più grandi con premi da 3000-4000 $ ndr ).

25.000 iscritti da più di 90 paesi, mi corregga se sbaglio, avete avuto problemi simili anche all’estero?

Non si sbaglia, abbiamo più di 25 mila iscritti da 90 diversi paesi, gli attivi cioè coloro che hanno partecipato attivamente ad almeno un contest sono circa il 10%. Il 40% degli attivi è italiano, nonché la stragrande maggioranza dei vincitori dei contest. Dico questo perché uno dei nostri obbiettivi è quello di trovare clienti stranieri per gli architetti ed gli interior designer italiani. Il 50% dei nostri clienti viene dall’estero, da paesi come gli USA, gli Emirati Arabi, il Brasile dove il design italiano e molto apprezzato e richiesto.

Quasi mi dimenticavo, no ovviamente non ci sono state polemiche altrove, soltanto in Italia si sono avuti questi problemi. Penso sia un fattore culturale. Tralasciando le accuse di schiavismo, il problema con una parte degli architetti più tradizionalisti è che il modello di CoContest rischia di mettere in crisi il sistema che ha tenuto in piedi il mercato sino ad oggi; un sistema in cui, come ho detto più volte, i giovani lavorano per anni negli studi per poche centinaia di euro di rimorso spese e dove solo pochissimi studi e professionisti fanno davvero soldi esercitando la professione.

In tanti vi accusano di creare un mercato di schiavi, a queste “accuse” Lei come risponde?

Penso che tanti se si fossero presi la briga di aprire il sito o di confrontare i nostri premi, e il lavoro necessario per partecipare, ai redditi medi della categoria si sarebbero evitati un’ennesima brutta figura. Basta pensare che il presidente dell’ordine degli architetti italiani afferma che da mesi riceve proteste ma a noi non ha inviato nemmeno un email per chiedere dei cambiamenti, alcuni di quelli chiesti nella sua denuncia sono già stati percepiti da noi in quanto ragionevoli. Stessa cosa si può dire dell’On. Pellegrino che ha addirittura fatto un interrogazione parlamentare senza aver mai aperto il sito.

Seguendo le polemiche sui social media in tanti vi associano a UBER. Secondo Lei, questo, è un paragone che può essere accettato?

Per quanto riguarda l’associazione tra CoContest e Uber, direi che da un lato è un paragone più che corretto anche se ovviamente i due modelli di business sono molto diversi. Infatti, come sta accadendo per Uber, anche CoContest sta subendo un attacco poiché potrebbe toccare gli interessi di una categoria organizzata. Come Uber infatti il nostro obbiettivo e quello di rendere più democratico e più meritocratico, il mercato dell’interior design. Detto ciò, vorrei sottolineare che mentre Uber in qualche modo colpisce una categoria intera, infatti dà la possibilità alle persone di sostituirsi ai tassisti con licenza, su CoContest sono gli stessi architetti ed interior designer a partecipare. CoContest non permette alle persone comuni di sostituirsi agli architetti, anzi trova nuovi clienti per gli architetti facendo emergere una parte della domanda che oggi era scomparsa.

Le ultime news parlano di una denuncia del CNAPPC all’Antitrust, siete preoccupati? Come pensate possa concludersi questa vicenda?

No non sono preoccupato, credo che l’AGCM non aprirà mai il procedimento. Certo sarebbe davvero la fine dell’idea stessa dell’Antitrust se l’authority nata per combattere i grandi trust all’epoca di Rockefeller finisse per prendersela con una startup di tre giovani ragazzi che lavorano da anni gratis e che ha poche migliaia di euro in banca. Inoltre, al massimo noi portiamo concorrenza di certo non la diminuiamo, senza contare che il modello del concorso è quello che per definizione porta maggiore valore aggiunto al consumatore. Ma non si sa mai, dico la verità, ormai non mi sorprendo più di nulla.

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Mauro Melis

Giornalista, Fotoreporter, Copywriter, Blogger, Web Writer, Addetto Stampa per giornali, riviste, enti pubblici e blog aziendali. Provo a descrivere il loro mondo e le loro storie, le loro passioni e le loro idee.
“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile” P.R.