Un Architetto italiano: botta risposta tra Vittorio Gregotti e Mario Botta

Mario Botta e Vittorio Gregotti: due architetti, a confronto al Festival dell'economia di Trento sui temi della creatività e sul ruolo (sociale e politico) dell’Architetto e dell’architettura

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Mario Botta e Vittorio Gregotti: due  architetti, a confronto al Festival dell’economia di Trento sui temi della creatività, del rapporto con lo spazio pubblico, dei vincoli posti dal mercato, sul quale ruolo sociale e politico debba avere la figura di un architetto e l’architettura del futuro. Entrambi (sia Botta sia Greggotti), in modi e in tempi diversi, hanno modellato città e qualche volta forse, hanno sanato anche le loro ferite urbanistiche che si trovavano dinanzi (anche se secondo parte della critica Gregotti viene additato come il responsabile del disastro del quartiere ZEN di Palermo), hanno plasmato i luoghi e hanno reso fruibili gli spazi pubblici. Nell’intervento di Gregotti è però emerso un giudizio molto severo sul presente, sulla società mercantile o come definita dall’architetto novarese neocoloniale, sullo  stato “disastroso” delle città e dei territori, e di conseguenza  anche sul ruolo svolto oggi nello spazio pubblico dall’architettura, sulla sua capacità di essere pratica artistica e di esercitare al tempo stesso un sapere critico.

Botta d’altro canto ha espresso una visione meno radicale e forse più “pacificata”,  pur non eludendo gli interrogativi problematici posti dal presente sul ruolo dell’architetto e dell’architettura.

“L’architetto” ha affermato infatti Mario Botta “compie un gesto vecchio come l’uomo perché  l’uomo, anzi, ogni creatura vivente, per  esistere deve occupare uno spazio. In quest’ottica ogni spazio e’ sempre pubblico. Inoltre lo spazio, specie lo spazio urbano, custodisce la storia e ne e’ plasmato. Questa duplice consapevolezza deve essere elemento fondante di qualsivoglia intervento progettuale capace di interrogarsi sul ruolo di un architetto in Italia. Un ruolo anche sociale e politico ovviamente, sospeso fra memoria e nuove sfide, come quella dei cambiamenti climatici”.

Chi sono Mario Botta e Vittorio Gregotti, i due architetti che hanno animato il dibattito sul ruolo dell’architetto e dell’architettura?

Vittorio Gregotti nasce a Novara e si laurea nel 1952 in Architettura al Politecnico di Milano. Continua il suo lavoro presso lo studio BBPR, considerando Ernesto Nathan Rogers come un vero e proprio maestro. Nel 1951 firma insieme a Rogers la sua prima sala alla Triennale di Milano per poi sbarcare al CIAM di Londra. Negli anni ’50 partecipa ad un seminario internazionale a Hoddesdon, dove ebbe modo di conoscere Le Corbusier, Ove Arup, Cornelis van Eesteren, Gropius, ma soprattutto il maestro dello stile Liberty Henry van de Velde. Nel 1974 crea il suo studio professionale “Gregotti Associati International“. È ideatore del controverso progetto del quartiere ZEN di Palermo. Un progetto fallito, della cui responsabilità lo stesso Gregotti ha sempre impuntato la Mafia e le infiltrazioni mafiosa nella fese della gara d’Appalto.

Mario Botta è un architetto svizzero.Nel corso delle scuole superiori frequentate a Milano compie le prime esperienze professionali a Lugano, successivamente si trasferisce a Venezia dove si laurea in Architettura nel 1969.La sua architettura, molto influenzata da Le Corbusier, Aldo Rossi, Carlo Scarpa e Louis Kahn, risulta caratterizzata da un notevole pragmatismo e dalla creazione di uno Spazio architettonico forte e geometrico. Sono caratteristici della sua architettura l’utilizzo del mattone e della pietra (esemplare a proposito l’edificio della Banca del Gottardo a Lugano) e gli edifici costituiti da volumi puri, tagliati e traforati da grandi spaccature. Da ricordare la sua collaborazione con l’architetto Roberto Aureli, di Grosseto, per la realizzazione del padiglione d’ingresso del Giardino dei tarocchi di Capalbio.

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Mauro Melis

Giornalista, Fotoreporter, Copywriter, Blogger, Web Writer, Addetto Stampa per giornali, riviste, enti pubblici e blog aziendali. Provo a descrivere il loro mondo e le loro storie, le loro passioni e le loro idee. "Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile" P.R.